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NIENTE DA RIFORMARE, TUTTO DA DISTRUGGERE!

 Questo testo non è rivolto a te che per una scritta su un muro o per un'auto con le gomme forate invochi galere e pestaggi; per la pelle scura e per i furti roghi di massa e linciaggi; a te, che sei il/la più sadico/a e feroce dei/delle serve/i e che non hai nemmeno l'onestà sanguinaria di sporcarti le mani (tanto ci sono gli sbirri che lo fanno per te) non abbiamo niente da dire.
Se non che, al pari dei padroni che invidi e che proteggi con la tua indignazione da social e col tuo «voto utile» ti auguriamo una vita di ulcere e sofferenze (che d'altronde sei bravissima/o a procurarti da solo/a!) e una morte veloce che ci liberi dalla tua presenza.
No, questo testo è per gli individui che hanno dentro di sè ancora una sete di violenza liberatrice, di rabbia e di senso di vendetta contro un mondo che si fonda sull'oppressione, sul patriarcato, sullo sfruttamento coloniale dei territorri, che schiavizza e massacra gli animali per gusto o per pellicce, che ha trasformato ogni nostra scelta in uno scontrino, che ha cancellato ogni possibilità (o quasi) di viviere una vita autodeterminata, senza padroni né capi né mariti né partiti né ordini né punizioni.
E se alle volte il vocabolario è complesso e distante, se noi anarchiche/ci parliamo strano, se il nome che noi diamo alle diverse forme di dominio non porta a comprenderci, forse sarà più facile ascoltare il fragore delle sangue che bolle nelle vene, l'odio e la voglia di reagire di fronte all'arroganza dell'oppresisone.
Un mondo d'oppressione che l'Italia di oggi incarna perfettamente.
Una nazione piena di divise e piena di onesti/e cittadine/i pronte/i a spiare e infamare chiunque, a patto che sia meno privilegiata/o di lui/lei, con al governo dei populisti razzisti e sessisti ogni oltre possibile immaginazione.
Sia ben chiaro: non che altri governi siano (stati) migliori! O che altri paesi siano migliori.
Non esiste un governo migliore per noi, esiste solo il dominio che assume forme di volta in volta diverse e funzionali a un certo momento storico in un certo luogo.
Ogni governo è maledetto e reazionario perchè il potere è maledetto e reazionario ed è la tomba di ogni vento di liberazione.
Ogni nazione si fonda sullo sfruttamento ed ogni confine che viene tracciato per stabilire un paese è un atto di guerra contro le persone che desiderano vivere senza frontiere e senza leggi senza denaro senza documenti in tasca senza lingua unificata senza scuole dell'obbligo senza il lavoro salariato, senza guardie etc
Se questo per l'Italia è oramai un lontano passato (quando più di un secolo e mezzo fa il regno d'Italia si veniva a creare massacrando briganti/esse e contadine/i, ribelli e viaggiatori/trici) per tanti paesi al mondo è ancora una realtà: se i paesi ricchi occidentali possono vantare uno stile di vita «sviluppato» (cioè intossicato di tecnologia e merce) è perchè dominano con la guerra i paesi d'oriente e del sud del pianeta.
La guerra che lo stato, tutti gli stati (dittatura, regno, democraazia) muove fuori dai suoi confini è lo specchio della guerra che muove all'interno degli stessi.
La guerra al degrado, alla droga, ai furti negli appartamenti, alle scritte sui muri, al teppismo (etc etc etc) che ogni governo e ogni partito, oltre che ogni associazione di cittadini/e stanno promuovendo in lungo e in largo per l'Italia ne è il riflesso.
Se in Iraq in Libano in Somalia in Libia in Kosovo in Afghanistan (etc) l'esercito italiano pattuglia e spara e addestra e spia (spianando la strada alle multinazionali che ricostruiranno sulle macerie) allo stesso modo e Bologna, Roma, Milano, Rimini, Genova, Torino (etc) i militari pattugliano e controllano e sparano a persone «sospette», ai/alle ladri/e, ai/alle non-bianchi/e.
La guerra che lo Stato muove dentro e fuori di sè non lascia spazio alla neutralità.
Scegliere di non scegliere equivale a stare dalla parte del più forte, è accordare la propria complicità a chi uccide e fa morire in mare le persone, a chi riempie le galere, a chi domina e appesta il mondo con il virus mortale dell'autorità.
E non sono solo i militari che fanno questa guerra, ma all'interno dello Stato sono sempre più feroci e incontrastati gli sbirrri, i carabinieri, i/le giornalisti/e che infamano e terrorizzano, i/le fascisti/e, mariti e padri e fidanzati aggressori e assassini, padroni in posti di lavoro schiavizzanti.
Tutta questa violenta oppressione fa cadere nello sconforto e nella frustrazione chi vuole stravolgere il mondo, chi vuole abbattere la società del privilegio o la vuole trasformare col sogno di un mondo radicalmente diverso...o anche solo chi vorrebbe poter vivere senza questa atroce sofferenza quotidiana.


Tante/i nostre/i compagni/e sono in carcere oggi con differenti accuse di attacchi violenti contro il potere e contro i/le suoi/sue servi/e.
Attacchi contro caserme di polizia, pacchi bomba ai boia che gestiscono i CPR (ex CIE, lager per persone non-bianche senza documenti), attacchi esplosivi contro sedi dei fascisti, scontri in strada, attacchi contro imprenditori o imprese multinazionali che devastano la natura (per esempio Finmeccanica o ENI).
Gli sbirri, il vero grande partito al governo nella nazione chiamata Italia, hanno sgomberato degli spazi occupati da decenni (la Riottosa e Villa Panico a Firenze, l'Asilo Occupato a Torino, i più recenti) hanno arrestato i/le nostre/i compagne/i e tutta questa repressione non potrà che aumentare.
Quello che scriviamo lo facciamo per ribadire che la strada di chi ha scelto di lottare contro ogni forma di potere e di autorità non è mai stata e mai sarà la strada del consenso popolare: non abbiamo paura di andare contro il buon senso comune né abbiamo paura delle vostre galere.
Non lottiamo per la liberazione del popolo, ma per la nostra libertà, seguendo la nostra rabbia.
L'anarchia, per noi, non è un progetto politico né un partito, è una tensione di stravolgimento dell'esistente, dei meccanismi di potere nelle relazioni e per questo non conosce né capi nè testi sacri né grandi masse che fanno la storia, ma individui che agiscono e amano e odiano e sbagliano e non si arrendono.
Non crediamo nell'opera di convincimento di altri individui a diventare anarchici o a lottare con noi, ma ci auguriamo di intercettare complici e compagne/i di strada, per attaccare, ognuno/a coi suoi modi, questo mondo...e poi si vedrà. Da cosa nasce cosa!

Non c'è nulla da salvare o da riformare in questo mondo di cyborg e zombie mansueti, niente da salvare della vostra burocrazia dei vostri palazzi del vostro lavoro del vostro tempo libero delle vostre fabbriche dei vostri super mercati e degli schermi.
C'è tutto un mondo da attaccare e da distruggere per gustare finalemnte un pò di dolce e fresca aria di Libertà!

SOLIDARIETA' E COMPLICITA' CON
Paska, Giova, Ghespe, Anna, Danilo, Nicola, Alfredo, Alessandro, Mauro, Beppe, Nicco, Larry, Silvia, Giada, Antonio, Jimmy, Marina.
FUOCO ALLO STATO, ALLE GALERE, ALLE FRONTIERE!

Alcune/i Anarchiche/i.

DEGRADANTI E DEGRADATI

Imola, 12 dicembre 2018, nello stesso giorno in cui viene ufficializzata
la notizia della nomina di Andrea Longhi (dirigente regionale del SAP,
sindacato di polizia noto per le sue posizioni di destra) ad Assessore
alla Legalità e Sicurezza e all’Ambiente , uno striscione firmato
Casapound compare in via Cenni accompagnato da uno scarno comunicato.
Striscione e comunicato denunciano una presunta situazione di
“degrado” caratterizzata da piccolo spaccio e “condizioni
igieniche pietose”.

Tempismo perfetto quello dei neofascisti di Casapound. Si scagliano
contro quella che a loro dire è una situazione di microcriminalità
dilagante, proprio nel giorno in cui dalle pagine del Resto del Carlino
Longhi afferma che uno dei maggiori problemi del territorio imolese è
rappresentato dalla microcriminalità. Salvo poi contraddirsi subito
dopo dicendo che ad Imola si sequestrano “grossi quantitativi di
droga” e che la città è diventata un “luogo di transito”,
fenomeni palesemente scollegati dalla microcriminalità e che vedono
invece coinvolte le grandi organizzazioni criminali.

Che dire poi del fatto che lo striscione recitante “basta degrado in
via Cenni” sia stato incollato sopra una parete dipinta con un murales
per bambini? La contraddizione è evidente, hanno rovinato un’opera
d’arte con uno striscione brutto, incolore e degradante. Infatti, sono
Casapound e le altre organizzazioni (e partiti politici) sue consimili
ad esportare il degrado, il degrado morale ed ideologico delle loro idee
razziste, sessiste ed autoritarie.

Riguardo al presunto “abbandono” della zona denunciato dal
comunicato è facile controbattere. Nel 2016 nell’area di via Cenni si
è svolto il festival RestART e numerosi palazzi sono stati abbelliti da
murales eseguiti da artisti professionisti e, attualmente, il parco
compreso tra via Bucci e via Cenni è oggetto di un totale rifacimento
che coinvolge anche il locale centro sociale (centro sociale A.
Giovannini), gestito da volontari ed attivo nel promuovere iniziative
per giovani, anziani e bambini. È chiaro che i neofascisti non
conoscono la zona, che probabilmente non sono nemmeno di Imola ma sono
scesi da Bologna ad imbrattare la nostra città.

Non si può negare il fatto che la zona rimanga una delle più
problematiche in città. Che presenti le caratteristiche tipiche di un
quartiere composto prevalentemente da edifici di edilizia popolare a
lungo trascurati, su cui pesano scelte politiche in ambito sociale ed
abitativo sbagliate o insufficienti, quando non addirittura
inesistenti. Una zona in cui persistono sacche di marginalità in ultima
analisi generate dal regime capitalista di stampo neoliberista da cui
siamo governati.

Ma, di sicuro non è una zona di “degrado [1] assoluto, con
spacciatori [2] che bivaccano” e “dove stranieri si accampano
costantemente”, come la descrivono quei razzisti di Casapound (in quel
quartiere gli stranieri ci abitano, in case popolari spesso fatiscenti,
fianco a fianco con le famiglie italiane più povere).

Il gioco è lo stesso a cui assistiamo da anni e che negli ultimi mesi
si è fatto più pesante da quando Salvini e la sua Lega sono saliti al
potere (tanto è chiaro che i 5 stelle hanno perso consensi e stanno
andando a traino dei leghisti per tentare di recuperare). È la
strategia della paura, fomentare questo sentimento nella popolazione
fornendo un nemico ed un capro espiatorio nello stesso momento (lo
straniero, il clandestino) e presentando al contempo anche la soluzione
più cara alle destre, la repressione, come l’unica possibile
(repressione che colpisca duro chiunque si ribelli, non solo i
clandestini). Se di degrado si può parlare, non è altro che la
conseguenza di anni di politiche sociali ed abitative che hanno
privilegiato logiche economiche e di mercato a discapito dei ceti
sociali più deboli e, di una “crisi migratoria” che è il frutto
della globalizzazione economica, del finanzcapitalismo sfrenato, e dei
cambiamenti climatici e delle guerre che si porta dietro.

Salvini ed il suo DL sicurezza non fanno altro che peggiorare la
situazione creando migliaia e migliaia di nuovi clandestini che non
potranno far altro che trasformarsi in manovalanza per le organizzazioni
criminali essendogli preclusa ogni possibilità di guadagnarsi il pane
onestamente.

In questo quadro non si può far altro che prevedere un aumento della
microcriminalità, per definizione operata da piccoli delinquenti,
spinti al crimine per necessità. Ha quindi buon gioco il neo-assessore
Longhi nel porre come suo principale obbiettivo “contrastare il
fenomeno reale della microcriminalità”  come si legge sul sito del
Comune di Imola. Mossa che sicuramente gli gioverà a livello politico e
lascerà indisturbate le grandi organizzazioni criminali nei loro
traffici di “grossi quantitativi di droga”.

Ancora una volta vogliono farci guardare il dito e non la luna.

In questo senso Casapound e l’Assessore Longhi usano la stessa
strategia e le coincidenze non si fermano alla data.

Ultima curiosa coincidenza riguardo alla data; il 12 dicembre 1969 con
la strage di Stato di piazza Fontana si inaugurava ufficialmente la
“strategia della tensione” in Italia, vogliamo che il 12 dicembre
2018 non sia la data in cui si inaugura la strategia della paura e della
repressione ad Imola.


ASSEMBLEA DEGLI ANARCHICI IMOLESI
sip -  Imola, 13 dicembre 2018

SOLIDALI CON LA LOTTA A CESENA PER UN ALLOGGIO DEGNO PER TUTT* !!!

SOLIDALI CON LA LOTTA A CESENA PER UN ALLOGGIO DEGNO PER TUTT* !!!

INVITIAMO TUTTE E TUTTI ALLA SOLIDARIETà NEI CONFRONTI DEI RAGAZZI CHE DORMONO SOTTO IL COMUNE DI CESENA DA GIORNI E DELLA LORO LOTTA PER UN ALLOGGIO DEGNO PER TUTT* – LI POTETE TROVARE OGNI GIORNO ED OGNI SERA SOTTO IL COMUNE IN PIAZZA DEL POPOLO A CESENA.

OGGI POMERIGGIO, ALLE ORE 19:00, AGGIORNAMENTO SULLA SITUAZIONE E ASSEMBLEA COLLETTIVA PRESSO SPAZIO “SOLE E BALENO”, VIA SOBBORGO VALZANIA 27, CESENA.

Da metà novembre alcuni richiedenti protezione internazionale che attendono di essere reintegrati in una casa di accoglienza in base a una direttiva della Prefettura dello scorso luglio, non ancora applicata, stanno dormendo davanti al Comune di Cesena, in Piazza del Popolo, per vedere riconosciuti i loro diritti. A loro si sono unite altre persone in condizioni simili, ad oggi circa una quindicina.
Costretti finora  a dormire in ripari di fortuna per l’inerzia delle istituzioni, ora hanno deciso di non nascondersi più e rendersi visibili.
Col sostegno di alcuni cesenati solidali, che hanno portato anche cibo, bevande calde e raccolto vestiti invernali, stanno portando avanti una lotta per ottenere una soluzione che gli permetta di avere un alloggio dignitoso in cui stare.
Con volantinaggi, striscioni con scritto "Casa per tutti. Rispettate i nostri diritti" e “Un tetto per tutti, la lotta va avanti!”, e la loro presenza fissa sotto il comune notte e giorno, questi ragazzi sono determinati a portare avanti ad oltranza una lotta che vede tante altre persone nella stessa situazione – immigrati e italiani senza distinzioni!
Una questione, quella della lotta per un tetto, che con l’inverno alle porte diviene urgente e non più procrastinabile! Una situazione che potrebbe aggravarsi ulteriormente nei prossimi mesi, per effetto dell’inumano Decreto Salvini che ha cancellato la richiesta di Protezione Umanitaria e che contribuirà ad incrementare il numero di persone espulse dal sistema di accoglienza e gettate sulla strada e nella clandestinità.
L’interessamento del Comune di Cesena – nella fattispecie del sindaco, Paolo Lucchi, e dell’assessore Simona Benedetti – è finora stato parziale e reticente. Si è preferito fino ad ora scaricare la questione sul centro stranieri dell’Asp. Non si è voluta dare nessuna risposta politica. Ma come è possibile, ci chiediamo, che in un comune di più di centomila persone non siano ancora state pensate soluzioni, anche temporanee, per alloggiare chi ne ha bisogno. Come è possibile che la giunta comunale non abbia predisposto soluzioni alternative ben sapendo che per effetto del Decreto Salvini quest’inverno molte persone saranno costrette a dormire per strada (l’assessore Benedetti parla addirittura di 160 persone che saranno sbattute fuori dai centri)? Il dormitorio pubblico di Via Strinati non è la soluzione ottimale, dato che alcune di queste persone lavorano di notte mentre di giorno il dormitorio è chiuso e la sua capienza ormai raggiunta. Servono altre soluzioni e presto!
Come è possibile che gli alloggi pubblici sfitti o abbandonati continuino a restare chiusi, a fronte di questi innegabili bisogni di un numero sempre più grande di persone e che si continui a dire che mancano i soldi per una questione tanto importante come quella della casa?
Per la tanto sbandierata “riqualificazione del centro storico”, nel frattempo, si continuano allegramente a sperperare soldi pubblici come per le 450 telecamere di nuova generazione (che costano 10 milioni di euro!) e la prossima “valorizzazione” del quarto lato di Piazza del Popolo, con “pavimentazione in marmo bianco di Carrara e pietra lavica dell'Etna, e sedie ad arco in legno di ipé”…’sticavoli! Non a caso si parla di “salotto urbano” e “valorizzazione” : un salotto per chi può spendere, per valorizzare il conto corrente dei commercianti del centro, ovvio; per chi, invece, reclama semplicemente un tetto sulla testa rimangono i controlli della squadra “anti-degrado” della municipale istituita dal sindaco Lucchi! La stessa polizia municipale che in questi giorni è andata più volte a dire ai ragazzi sotto il Comune di spostarsi in un luogo dove la gente non possa vederli e che è arrivata a sottrargli i sacchi a pelo e gli indumenti pesanti in un momento di assenza.
Non a caso l’iniziativa di riqualificazione del quarto lato di Piazza del Popolo è stata chiamata “So-stare in piazza!”: non sostare ma “so stare”! Differenza non da poco: la piazza da spazio comune in cui creare socialità diventa spazio di transito temporaneo per fare acquisti e poi ripartire velocemente. Un centro commerciale all’aperto, insomma, niente di più.
Alcune di queste persone, riuscendo a parlare dopo giorni di indifferenza con i responsabili del Comune di Cesena, hanno ad oggi strappato la promessa che nei prossimi giorni saranno reintegrati nei Centri di accoglienza o in un progetto Sprar ma ancora oggi continuano a dormire all’aperto molte altre persone in attesa che le promesse si traducano in fatti per tutti e non solo per alcuni, esigendo una soluzione condivisa e comune.
Queste persone , costrette a dormire al freddo sotto il Comune di Cesena solo per vedere rispettati i loro diritti di esseri umani, sono intenzionati a portare avanti la battaglia finché non verranno date risposte condivise e comuni per tutti e finché non si troveranno SOLUZIONI REALI!
Una soluzione politica c’è: aprire gli alloggi sfitti e chiusi di proprietà comunale, renderli fruibili e farlo nel più breve tempo possibile!

INVITIAMO TUTTE E TUTTI ALLA SOLIDARIETà NEI CONFRONTI DI QUESTI RAGAZZI E DELLA LORO LOTTA – LI POTETE TROVARE OGNI GIORNO ED OGNI SERA SOTTO IL COMUNE IN PIAZZA DEL POPOLO A CESENA

OGGI POMERIGGIO, ALLE ORE 19:00, AGGIORNAMENTO SULLA SITUAZIONE E ASSEMBLEA COLLETTIVA PRESSO SPAZIO “SOLE E BALENO”, VIA SOBBORGO VALZANIA 27, CESENA.

Incontro con A., malato di Parkinson

”I trattamenti del Pr. Benabid ci riducono ad una macchina”

A. ha contratto il morbo di Parkinson. Non possiamo ignorarlo: il suo braccio destro ha spesso l’aria di danzare tutto solo. Lei aveva l’aria furiosa dopo aver scoperto il lavoro di Alim-Louis Benabid, il professore che cura i malati di Parkinson. Abbiamo voluto sapere il perchè.

Perchè questa collera a proposito di Alim-Louis Banabid?

Avevo un sentimento di impotenza dovuto ad un ragionamento medico. Il suo pensiero era puramente descrittivo, senza alcuna riflessione, tipica della scienza che non pensa. Confonde il pensiero e il calcolo. Ci ha fatto credere alla falsa neutralità della tecnica: ”questo accade per caso”. Per lui, l’evidenza, è di curare l’umano con qualsiasi mezzo. Dovrebbe ricordarsi che la medicina, come dice Cartesio, ha per oggetto di rendere l’anima ”felice”. Questo significa che non dovremmo sviluppare la medicina senza un criterio, ma conservare la serenità dello spirito. Parla del corpo ma non dell’umano. Benabid lavora sulla meccanica pura. Manca completamente di sensibilità, esprime la freddezza più estrema. Ho incontrato un malato alla quale ha detto: ” Il Parkinson, questo non è più interessante, adesso abbiamo la soluzione.”

A.L. Benabid a trovato questa soluzione: degli impianti neuro-elettronici per calmare i tremori dovuti al Parkinson. Spesso le persone pensano che sia un benefattore e i malati gli sono riconoscenti. Voi no?

Quando siamo malati, siamo sensibili ai discorsi retorici; quando ci fanno paura, ci lasciamo persuadere più facilmente. Malati, viviamo una doppia vergogna. La vergogna che consiste a essere riconosciuti dagli altri come malati, come atipici. I medici ci classificano in questa categoria. La seconda vergogna è quella dovuta a questo tipo di trattamento, che ci riduce ad una macchina o ad una cifra. L’umiliazione viene da quello che ti fanno subire senza possibilità di difenderti. Questo raddoppia il sentimento di impotenza. Diventiamo sottomessi alla ragione tecnica, senza discussione. Non siamo più riconosciuti come esseri capaci di pensare e di parlare. D’altronde, ci chiamano ”i pazienti”, siamo qui per aspettare. Il mondo del malato esiste, e il medico dovrà combinare la sua parola a quella del malato.

Rifiuto il metodo di Alim-Louis Benabid che trovo barbaro. Trattano il nostro corpo come un robot. C’è un altro modo di fornire una soluzione che consola, che da l’illusione che ci ritroveremo come prima, e che è falsa. Bisogna al contrario proiettarsi in un altro modo quando siamo malati. Sei tu che piloti la tua vita, che la costruisci, non è il medico che deve farlo. Penso molto agli stoici e alla loro idea di dignità.

Alim-Louis Benabid pensa di ridare al malato la libertà di movimento, grazie agli impianti per il Parkinson o l’esoscheletro per i tetraplegici. Ma la libertà di movimento non è la libertà di pensiero, anche se la condiziona in parte; Hobbes che siamo liberi dentro le mura di una prigione. La rappresentazione di Benabid, la sua maniera di ”riarticolare” l’umano è secondo me un errore. Imita il meccanismo del camminare, ma il movimento meccanico non è assolutamente un movimento. Manca quello che i musicisti chiamano armonia- possiamo dire la grazia. Il corpo di una persona malata di Parkinson può trovare una nuova armonia. E’ un invenzione di se stessi. Inoltre, gli impianti per il Parkinson danno molti problemi. Il mio fisioterapista recupera dei malati su cui sono stati fatti degli impianti. Ad un certo punto, il sistema non funziona più, e lo stato del malato è peggio di prima. Degli studi su questo tema cominciano ad apparire. Mi hanno anche raccontato il caso di un malato su cui sono stati fatti gli impianti: quando i suoi elettrodi erano attaccati, i tremori si calmavano ma lui non riusciva più a parlare, parlava come un robot, degenerava.

Come vive il morbo di Parkinson?

Lotto contro lo sguardo degli altri. A seconda dei momenti li attacco, o tiro fuori la mia carta d’invalidità, o allora gli dico che sono pazza. C’è bisogno di una sorta d’ironia socratica per sopportare lo sguardo degli altri. L’ostinazione paga e quelli che vedono battermi riconoscono la mia forza. L’interesse della malattia è che sviluppa il senso della lotta. Ho addirittura creato da sola un festival jazz. Da quando sono malata, sono diventata pittrice e scrivo. Quando dipingo, non tremo più. Il mio medico dice che è molto frequente tra i malati di Parkinson, è un bisogno di essere riconosciuti altrimenti che come malati. Ho bisogno di un rapporto più forte con la natura. Ho anche il pollice verde adesso. Questa presenza viva e non umana mi apporta un rapporto con la vita che mi manca nei discorsi degli altri che si dispiacciono per me o ammirano il mio coraggio. La chiamo la malattia della lentezza, o della pazienza. A volte il mio corpo si blocca. Allora penso ad un’altra cosa, o provo a fare un’altra cosa. Faccio le pulizie! Nella solitudine legata alla malattia, ricostruisci il tuo mondo e te stesso, se non passi il tuo tempo a lamentarti. Temevo che gli elettrodi di Benabid mi privassero di questa ricostruzione

Geneviève Fioraso, ex ministro della Ricerca e ex-assistente al sindaco di Grenoble incaricata dell’innovazione, ha detto a proposito della contestazione alle tecnoscienze: ”La salute è incontestabile. Qualora avete delle opposizioni a certe tecnologie e fate testimoniare delle associazioni di malati, tutti quanti aderiscono”. Che ne pensa?

E’ demagogico. Le associazioni difendo degli interessi particolari. Significa far credere ad una unità di malati, che devono pensare tutti la stessa cosa. Mai farò parte di un’associazione di malati, questo nega la mia singolarità, e non ho voglia di stare con dei malati!

Che bisognerebbe fare per i malati di Parkinson?

Stiamo scoprendo delle nuove vie in questo momento, in particolare riguardo al macrobiotica ed al suo ruolo nella comparsa di certe malattie. Non sappiamo diagnosticare il morbo di Parkinson. Si procede per eliminazione delle altre malattie. Quindi non sappiamo molto. Si dovrebbe riflettere sulle ragioni, sul senso filosofico, della malattia: quello di cui è costituita, per dargli un senso. Essa rivela un rapporto con il mondo. La malattia, è un insieme, e non qualcosa che possiamo scomporre. Vivo nella banlieu (periferia) Est di Parigi, riconosciuta come la valvola di scarico di tutto l’inquinamento della regione parigina. Sono nata in un periodo di sviluppo intenso delle industrie chimiche che inquinano in questa regione. Le persone parlano di ” quartiere della morte”, talmente forte era la puzza. I suoli sono contaminati. Mi piacerebbe sapere chi sono i malati di Parkinson. Tanti agricoltori, a causa de pesticidi, ma ancora? Le condizioni di lavoro sono diventate molto dure, in molti settori, sarebbe interessante lavorare su questa domanda. Bisognerebbe indagare sulle ragioni.

Propos recueillis par Pièces et main d’œuvre Grenoble, le 14 octobre 2018www.piecesetmaindoeuvre.com

versione scaricabile: pdf scaricabile versione originale: entretien_sur_parkinson

...PROSEGUENDO NELL’INFINITO DECOSTRUIRE

Contributo al dibattito iniziato col testo

“Destrŭĕre et aedificare, ab infinitum”

Innanzitutto l’invito, prima di addentrarsi in questo scritto, a leggere il testo dal quale è scaturito:
https://roundrobin.info/2018/10/destruere-et-aedificare-ab-infinitum/


Una premessa sul perché e “da dove” scrivo.
Non ho mai scritto un testo come quello che sto per iniziare, cioè non mi sono mai messo punto per punto a “rispondere” ad uno scritto (qualunque fosse la tematica trattata), criticandolo in alcune sue parti.
Credo che ci sia in questo genere di testi una parte di attitudine “da professore” tipica della socializzazione maschile: insegnare qualcosa ad altrx, far capire che “ne sai di più”, correggere chi secondo te non sa bene o abbastanza.
Con questa consapevolezza ho temporeggiato e mi sono chiesto davvero quale fosse la mia finalità, la mia spinta.
Alla fine mi sono risposto che, intendendo il tono del testo “destruere et aedificare, ab infinitum” come sinceramente propositivo e interessato a innescare dibattito sulle questioni di genere e relazionali, volevo partecipare al dibattito che questo auspicava.
Mi spiace solo che questo dibattito avvenga attraverso l’etere del web, per tutti i limiti e le contraddizioni che questo comporta, ma non mi addentrerò su questo punto.
Il fine che mi prefiggo perciò con questo mio testo è quello del confronto e non della critica  serrata per demolire tesi altrui e far prevalere le mie.
Contestualizzo la mia voglia di fomentare il dibattito: le situazioni, pubblicazioni, chiacchierate, iniziative, prospettive di un “movimento anarchico” che è alle volte apertamente ostile all’analisi/pratica femminista o altrimenti, generalmente, non troppo interessato/recettivo.
Dò a me che scrivo un posizionamento che posso tradurre a parole: scrivo da individuo, che non si sente facente parte del suddetto movimento e che non si fa espressione di nessuna “oggettività” o nessuna teoria al di fuori e sopra di sé.
Un individuo biologicamente maschio, socializzato uomo, con una profonda voglia di distruzione del proprio IO uomo e affine alla teoria-pratica anarcoqueer.
Dico questo perché le stesse parole, scritte da un individuo in condizioni di privilegio o da chi invece si trova in una condizione oppressa in questo mondo, hanno per me pesi specifici diversi (anche e soprattutto per la carica esperienziale diversa che questi esprimono).
Quando leggo un libro o un testo ammetto che dò importanza a chi è l’individuo che vi sta dietro, mi pare onesto concedere la stessa chiarezza a chi leggerà le mie parole.

Parto subito dall’inizio del testo dove si dice: “(...)ho deciso di diffondere alcune mie riflessioni raccolte negli anni, ben consapevole che esse sono solo un altro (timido) colpo di martello all’edificio del patriarcato e dell’oppressione di genere in generale (credo esistano diverse forme di questa aldilà della forma specifica patriarcale)”.
Credo la parte finale di questa frase presti il fianco a tutte quelle posizioni che teorizzano il “maschilismo è uguale al femminismo” e/o il “patriarcato è come il matriarcato”.
Dico questo perché per me il patriarcato non è “solo” una forma specifica dell’oppressione di genere, ma un pilastro del dominio della società in cui vivo: è LA forma strutturale assunta dall’oppressione di genere in questo contesto che conosco.
Le forme che l’oppressione di genere assume nel concreto poi possono essere variegate, ma tutte frutto (e arma da guerra) del patriarcato come impianto sistemico.

Quando nel testo si parla della socializzazione dei maschi, e quindi si comincia chiaramente a comunicare l’identità nella quale si riconosce chi scrive (o che chi scrive riconosce che gli è appioppata) si fa riferimento più volte a “l’altro sesso”.
“Col tempo ho ripensato agli anni dell’adolescenza, ovvero al periodo in cui la maggior parte degli individui incomincia a vedere nell’altro sesso non più solo un/una compagnx di giochi con fattezze fisico-biologiche diverse(...)”.
È piuttosto eloquente questa espressione nel rimarcare la normalizzazione della divisione binaria dei generi (e delle sessualità) alla quale siamo educatx: due generi, con altrettanti sessi corrispondenti.
Il maschio/uomo e la femmina/donna.
Inoltre il binarismo di genere non è orizzontale o eguale tra “i due”, ma prevede un genere (maschile) come quello normale, standard, perno e un altro (femminile) definito in funzione del primo, ossia solo l’altro-dal-maschio.
Scrivo questo punto in aggiunta a ciò che già viene detto nel testo, perché mi auspico che il linguaggio, che per me è un’attività performativa e perciò contribuisce a modificare la realtà mentre la descrive, cominci a prendere in considerazione che non vi sono solo due sessi biologici (ma infiniti e infinite inclinazioni sessuali).
Vorrei, insomma, scardinare il binarismo di genere e la normalizzazione con la quale trattiamo il genere maschile come fosse il termine di paragone neutro.
Secondo me il binarismo di genere è uno dei cardini della repressione sessuale, oltre che la gabbia primaria che mutila in partenza la libertà di espressione individuale (laddove per “espressione” non intendo solo l’attività comunicativa, ma tutte le sfumature dell’essere complesso che possiamo divenire).

Nel testo si parla di “Accettare il rischio di poter sbagliare, di poter far del male a qualcunx. Ammettere i propri sbagli, cercare di non ripeterli.”
Sono d’accordo sull’assunzione di responsabilità riguardo agli errori, ma visto che chi scrive lo fa da una posizione di privilegio (come me del resto) credo che si debba considerare che ogni nostro passo avanti nel percorso di distruzione del patriarcato da noi introiettato è fatto sulla pelle altrui.
Io credo non sia realistico prevedere tutte le ricadute possibili che le nostre azioni avranno nel “al di fuori di noi”, però in questo affermazione credo che non siamo “noi” a dover accettare l’idea che possiamo far soffrire altrx, ma considerare che le conseguenze dei nostri errori interrelazionali ricadono su altre persone.
Credo perciò che sia un rischio per il quale dovrebbe avere libertà di scelta (se accollarselo o meno) chi sta in posizione non privilegiata.
Ovviamente quella di non danneggiare mai nessunx nella propria strada di liberazione da specifici privilegi è una tensione utopica, ma per raggiungere la quale ci si può dotare di strumenti e modalità pratiche esistenti.
Quando poi si scrive che “(...)ogni atteggiamento è oppressivo” se viene percepito come tale. Anche se ciò è potenzialmente vero questa consapevolezza non può sfociare in una totale autorepressione” credo che più che all’autorepressione una presa di coscienza di questo tipo ci serve per capire, una volta per tutte, che le esperienze e le emozioni anche traumatiche che ne scaturiscono, sono insindacabili.
Non esiste, (nella sfera delle esperienze individuali meno che mai) un’oggettività.
Chi la pretende nei racconti, o pretende di trovarla lxi stessx nel cercare di definire i margini di una narrazione, sta sacrificando la libertà/sensibilità/integrità della persona sopravvissuta a scapito dell’infallibilità delle sue teorie (esempio pratico: quando si innesca la “ricerca della verità” dopo che si è venutx a conoscenza di un episodio di molestia/violazione/stupro).
Se si accetta che la molestia la definisce sempre chi la subisce e che l’esperienza individuale non può giustificarsi con parametri oggettivi, allora si dovrebbe smettere di cercare la “verità dei fatti” ma andare a capire “l’origine dei fatti”.
Ancora prima di questo, credo che dovremmo ribaltare il paradigma per il quale si cerca sempre la “falla” nella narrazione della persona sopravvissuta per scagionare “l’accusatx” e iniziare a rivolgere le nostre attenzioni sulla dinamiche, individuali e collettive, che permettono che episodi di molestia o violazione si verifichino.


Arriva poi una delle parti più spinose secondo me.
Si parla qui dei meccanismi di socializzazione di genere.
”Sabotare questo meccanismo è d’obbligo se vogliamo andare oltre una “guerra di trincea” tra i generi che mira a tracciare i confini del consentito nelle relazioni reciproche. Un genere che ci fa arroccare sui rispettivi bastioni “per sentirsi sicurx” è una concezione del genere che va distrutta.” Unisco questi passaggi a delle frasi che vengono scritte successivamente, ma che credo siano in continuità con le tesi qui sostenute, laddove viene scritto “...sabotaggio della socializzazione dei generi, e soprattutto della complicità di genere che porta ad un rafforzamento dell’identificazione di genere che ci porta a vederci come categorie distinte in lotta tra loro.”
Onestamente credo che chi ha scritto si riferisca per lo più al proprio dominante (maschile) perché poi nel testo fa esempi di situazioni di “complicità maschile” da sabotare, ma non posso non notare che quando si parla di categorie distinte in lotta fra loro io, contestualizzandole e storicizzandole, credo che, sì, queste esistano.
Anche la mia tensione anarchica ha come fine la distruzione del genere (tra le tante distruzioni), dei suoi corrispettivi ideologici-simbolici e dei suoi riscontri pratici (omologazione dei corpi, socializzazione, divisione di ruoli, stigma etc).
Non voglio però confondere il desiderio nella realizzazione della mia prospettiva, e la lotta quotidiana che ne consegue, con la realizzazione bella e fatta.
Nel senso che “vivere come se i generi non esistessero” è possibile solo (illusoriamente per me) per chi siede sullo scranno più alto della piramide del privilegio.
In questa realtà dove vivo e dalla quale scrivo, uomini e donne, maschi e femmine, sono due categorie distinte in lotta tra loro (sempre purtroppo, mantenendo qui come termine del discorso, il binarismo di genere) .
Le seconde per liberarsi dai primi.
Questo non significa che ogni donna sia in guerra contro il suo oppressore (sarebbe bello!) ma che per la mia analisi del mondo, sì, i ruoli che queste entità occupano nella società sono distinti e contrapposti.
E non è nulla di diverso dal riconoscimento dell’esistenza di “oppressi ed oppressori”.
Nulla di diverso dal riconoscere che vi sono specifici privilegi e ruoli e gradi di potere che il dominio, strutturato in società, assegna a diversi individui dopo che li ha fatti rientrare nelle categorie ad esso funzionali.
Per questo motivo anch’io sono teso verso la distruzione del concetto stesso di genere e più ampiamente di liberare l’individuo da tutte le categorie sociali, ma è una liberazione totale possibile secondo me solo con la distruzione completa dell’esistente. Mi sento ben lontano da questo momento. Perciò, nel muovere i miei passi e nel riconoscere x miex complici e x miex nemicx, nel riconoscermi in questo contesto, utilizzo le analisi e gli strumenti che mi sono affini per tradurre l’esistente.
Secondo me (e la mia malafede si dirà) portare avanti questo discorso di “basta con la lotta tra i generi contrapposti” fa il gioco di chi, nel movimento anarchico (e ovunque) vuole sopprimere ogni voce che mette in discussione il privilegio maschile.

La frase “spero che il fine sia la distruzione dell’oppressione di un genere sull’altro, qualunque esso sia”: è ancora per me una sponda per chi equipara il genere oppresso a quello oppressore.
Alla fine della frase quel “qualunque esso sia”, per me sottintende la possibilità che sia uno qualsiasi dei generi (uno dei due, seguendo la dicotomia tracciato sinora) a imporsi su l’altro.
Certo, esiste questa ipotesi, ma il contesto che viviamo è quello della già reale affermazione di UNO dei generi sull’altro (o meglio su tutti gli altri) perciò la mia lotta, qui ed ora, va in una direzione ben specifica.
Anch’io mi auspico “il superamento della dicotomia netta tra maschile e femminile e non il suo rafforzamento” ma per farlo credo che non basti una dichiarazione d’intenti, ma un attacco quotidiano a tutte le manifestazioni (macro e micro, fuori di noi e dentro di noi) che permettono, rafforzano, perpetuano il dominio del genere.
Parlo qui concretamente di individui che agiscono oppressione di genere, di ambienti che li proteggono, di silenzi che li legittimano, di scuse su scuse che ci tengono al riparo dalla decostruzione di noi stessi.
La pacificazione tra i generi (o meglio, qualsiasi tipo di pacificazione in qualsiasi tipo di conflitto) significherebbe solo ed esclusivamente la riaffermazione della legittimità del dominio della parte dominante.
Il dominio di genere, tra l’altro, non agisce unidirezionalmente secondo me: nel senso che anche i soggetti in posizione dominante sono modellati e ingabbiati dagli stereotipi, dall’assegnazione dei ruoli, dalla repressione sessuale (per citare qualche esempio) che il patriarcato agisce.
Per me liberarmi dal genere è un atto di sottrazione dall’esercitare oppressione su altrx, liberare me stesso dal giogo del patriarcato e attaccarne le manifestazioni strutturali.

Senza riportare integralmente le frasi vorrei fare un appunto su tutta la parte in cui si parla delle “nostre compagne” che vengono additate da alcunx come “sabotatrici dell’unità del movimento”.
Sono d’accordo con l’analisi qui espressa, ma credo anche che siano cose che “le nostre compagne” hanno la forza e la capacità di dire da sole (in effetti sono decenni che lo dicono).
La cosa rabbiosamente interessante sarebbe se accadesse che, ora che le ha scritte un uomo, il “movimento” le ascoltasse: questo non farebbe che riconfermare una volta di più il privilegio di potere che abbiamo.
Il solo fatto che delle compagne dichiarino che esiste un’oppressione anche dentro al movimento non basta, evidentemente, perché l’analisi femminista ha meno legittimità di altre analisi radicali. Questo è per me il punto da derimere.
Se lo dico io (o qualche altro compagno) e comincia ad essere presa in considerazione questa cosa, è forse la chiara prova dell’esistenza dei meccanismi di potere e gerarchie introiettati e mai distrutti dax anarchicx.
Il discorso “pro-femminista” (come viene definito questo tipo di atteggiamento/discorso di una fetta del movimento per esempio in Francia) anche se nelle intenzioni sono certo sia mosso da buona volontà, ha questa trappolina del non fare altro che dimostrare una volta di più l’esistenza del privilegio: chi viene ascoltatx e chi no, chi esprime “tesi politiche” e chi “mette in giro voci”.
In ogni caso, poi, non voglio parlare per bocca di nessunx altrx.
Scrivendo ciò che ho scritto, sono incappato io stesso in questo tranello, ne sono consapevole, ma scelgo di districarmi in questa contraddizione perchè non trovo giusto delegare esclusivamente alle sole compagne femministe il dibattito sull’oppressione di genere.
Forse, a questo proposito, dovremmo ragionare momenti e spazi separati (al maschile) per portare avanti parallelamente le nostre analisi sulla socializzazione, sull’oppressione agita-subita, sul desiderio, sulla sessualità, sui metodi di liberazione che vogliamo darci etc

Poco dopo c’è scritto “Se un/una amicx e/o compagnx mi dice che “ho fatto una cazzata” mi aspetto che sia durx se l’ho feritx, se ho tradito la sua fiducia, se ho messo in pericolo la sua incolumità”.
Nulla da dire sulla valutazioni personali di chi scrive e sul suo non mettersi sulla difensiva (o per lo meno è così che leggo io questa parte del testo), ma vorrei ancora una volta porre l’accento sul linguaggio: fare una cazzata può voler significare una gamma così vasta di azioni (dall’azzardare una scommessa rischiosa allo stupro) che credo si utilizzi perché questa vaghezza si presta alla libera interpretazione.
Credo che dobbiamo cominciare a rivedere un po' il nostro vocabolario perché se è vero che abbiamo imparato a riconoscere lo sbirro non come un funzionario pubblico a nostro servizio, ma come sicario di stato (per esempio) non abbiamo credo imparato a riconoscere la molestia sessuale, la violazione del consenso, lo stupro, la prevaricazione etc.
O, se le riconosciamo, non le nominiamo per quello che sono perché le parole hanno un peso, e utilizzarne di specifiche presuppone il posizionarsi di fronte a un atto compiuto.
Secondo me iniziare a chiamare le cose col loro nome e nominare le azioni degli individui col loro nome, ci aiuta nell’individuare il nemico.
Intendo “il loro nome” sempre per il vocabolario al quale io faccio riferimento riguardo a queste tematiche: quello che le analisi dei vari femminismi antiautoritari hanno prodotto nel tempo.
Visto che il linguaggio è convenzione per antonomasia, e la convenzione ha senso solo se condivisa, non mi aspetterei mai che TUTTX indichiamo le stesse cose con le stesse parole, ci mancherebbe.
E quando ci raccontiamo (lo facciamo??!) i nostri rispettivi mostri e le “cazzate” che agiamo, incoraggerei me stesso e tuttx a farlo dando dei nomi specifici ai comportamenti, così da trovarvi anche origini scatenanti e soluzioni specifiche.
A colorx qualx obietteranno che esiste già un dizionario e che “stupro” vuol dire “stupro” e non altro, proverò a dire che nel dizionario esiste anche la parola “libertà” e la parola “anarchia” e la parola “nichilismo”: questo significa che dobbiamo seguire i dettami semantico-linguistici dello Zanichelli?

A un certo punto, la parola che io ho forse inflazionato (privilegio) compare, ma in un contesto e attraverso un esempio che non è proprio quello che io avrei scelto:
“La socializzazione del maschile deve molto alla diffusione di un’idea di uomo che dev’essere forte (anche nel senso di un atteggiamento di imperscrutabilità emozionale, oltre che di determinazione e di sicurezza di sé) e sessualmente attivo (e questo mette in una posizione di difetto chi non voglia o chi abbia meno possibilità in questo campo. Questo è ciò che si chiama privilegio, sapete?)”
La frase fa riferimento ai meccanismi di competizione tra maschi che mettiamo in campo nei corteggiamenti nei confronti delle femmine che prediamo (parafrasando in maniera un po' acidella!).
Io non avrei scelto questo esempio per parlare del privilegio di genere, benché credo che sia importante sottolineare che anche all’interno della categoria privilegiata vi sono sottogruppi marginali-minoritari dileggiati e oppressi a loro volta.
Nel mondo occidentale che io conosco un maschio bianco, etero, ricco, abile e giovane è certamente più privilegiato di un maschio etero, anziano, di pelle nera, povero, ma entrambi sono privilegiati (in maniere diversamente specifiche) nei confronti di una donna.
Lo stesso varrebbe per due donne con le caratteristiche dozzinali prima delineate nei confronti di un animale non umano, e così via.
Il privilegio, per me, non è una condizione assoluta, ma rintracciabile in un determinato contesto tra  gli individui che vi si ritrovano ad agire. Lo stesso vale per l’oppressione: un individuo può essere perciò, secondo la mia analisi, sia agente di una specifica oppressione verso un altro individuo, sia a sua volta oggetto di oppressione da parte altrui nello stesso momento e nello stesso spazio.
Mi dà un po' la nausea giocare con questi appellativi e identità consapevole che hanno dei corrispettivi veri e viventi. Mi scuso se la mia necessità esemplificativa urta la sensibilità di qualcunx per eccessivo cinismo. Ammetto che sto scegliendo la chiarezza (spero) a scapito dell’emozionalità.

Verso la fine si parla di relazioni di coppia. Di gelosia e di violenza.
“L’organizzazione della relazione secondo il modello “coppia” (che costituisce una monade in cui i due individui si supportano quasi completamente e organizzano gran parte della loro vita assieme), l’attaccamento morboso all’altrx, la gelosia, la dipendenza emotiva, la violenza nelle sue molteplici forme (psicologica, emotiva, fisica) per preservare la stabilità relazionale.”
A questo vorrei aggiungere che la violenza per me non è uno strumento neutro. Non ha senso (se non strumentale) parlare perciò di una violenza giusta o sbagliata o necessaria etc, ma bisogna contestualizzarla.
La violenza nelle relazioni di coppia eteronormate (contesto) non è neutrale né eguale tra le parti, come non è uguale la violenza esercitata da unx sbirrx verso unx manifestante o dax manifestante verso lx sbirrx. Il primo è in una posizione di privilegio e di potere, come un uomo è in una posizione di potere e privilegio nei confronti di una donna (all’interno della società patriarcale, vale ripeterlo).
Non è solo una questione di generale differenza biologica (più meno muscolatura) ma (anche) di educazione di genere: l’uomo è socializzato all’utilizzo virile della forza e alla competizione, la donna, all’opposto, al ruolo di cura e di sottomissione (e tutto ciò da secoli).
Inoltre potremmo citare il terrorismo di genere (femminicidi quotidiani, cultura dello stupro) le  molestia di strada, mobbing lavorativo, stalking, dileggio, insulti (etc etc etc) come parametri che diano il senso dell’oppressione diffusa che la società patriarcale agisce sul “non-maschio-etero”.
Per me la violenza di unx oppressx che si ribella/reagisce/attacca/risponde contro il proprio oppressore non è paragonabile al suo contrario.
Chi si ostina a ripetere che “si vabbè ma anche lei mi ha dato uno schiaffo” non riconosce l’esistenza del patriarcato.
Chi si ostina ad equiparare la violenza delle due parti all’interno della coppia eteronormata (e non solo nella coppia) non riconosce l’esistenza del patriarcato.

Più avanti, quasi verso la fine del testo, si parla di sesso e sessualità attraverso una serie di domande che per me sono tutte interessanti, come è interessante la questione del “tabù” che aleggia spesso inviolato tra maschi (e nel misto) all’interno dell’ambito anarchico: non si parla di sessualità, non ci si racconta, non ci si confronta sui desideri, sui corpi, sulle proprie fantasie, sui propri errori, paure etc etc...
Un discorso che affronti la delicatissima questione della sessualità e dei rapporti sessuali non credo possa prescindere da un discorso quanto più approfondito possibile sul “consenso” e sugli esercizi per affinarlo. Il fatto che non venga nemmeno nominato un po' mi spaventa.
Se è anche per me assolutamente necessario (ri)cominciare un discorso (pubblico, a tre, a piccoli gruppi, individuale) sulla sessualità, è necessario farlo secondo me con la piena consapevolezza che si va a camminare su un prato minato.
Questo perché il patriarcato usa la sfera della sessualità come arma, come ricatto, come strumento di assoggettamento: parlarne senza riconoscere che stiamo muovendoci in un campo di battaglia dove non tuttx abbiamo gli stessi privilegi, le stesse esperienze, la stessa sensibilità, rischia di ferire molto e in profondità tante persone.
Mi preme rimarcare l’attenzione sul consenso come pratica basilare per ricominciare a parlare di “liberazione sessuale”, come ad un certo punto si fa nello scritto.
Ma non voglio fare qui (sempre che ne avessi le capacità) un discorso articolato su cosa sia per me il consenso, come si impari a rispettare quello altrui, a capire il proprio; come riconoscere le violazioni, come sviluppare ed affinare l’empatia etc...magari un prossimo testo a più mani??

In conclusione il testo parla degli “scazzi” in seno al movimento anarchico.
Qui credo si potrebbe aprire una voragine di discussione interminabile, si potrebbero scrivere libri o più semplicemente prender su e andarsene altrove.
Io voglio solo affermare con quanta più chiarezza mi sia possibile che se io, in determinati atteggiamenti, discorsi, pratiche, scritti, immaginari vedo delle forme di oppressione e altrx invece vedono “dei caratteri personali diversi”, non parliamo di scazzi, ma di paradigmi diametralmente opposti. Opposti riguardo alla vita, alla lotta, alla liberazione, all’oppressione, all’anarchia.
Abbiamo analisi diverse (quando non diametralmente opposte) di cosa è oppressione e cosa no e priorità differenti.
Iniziando a scrivere dicevo che non faccio riferimento a nessun movimento anarchico perché non mi ci riconosco: questo non significa che però non lo conosca o non ne riconosca l’esistenza.
Significa anche che non è il contenitore all’interno del quale mi colloco e mi riconosco o per il quale parlo/scrivo, così come non parlo di “anarchia” ma della “mia anarchia”.
Questo perchè, senza sentirsi speciali, non legittimo categorie o concetti oggettivi. Assoluti.
L’anarchia di unx compagnx che vede in uno stupro una “forzatura” o una “cagata” non è la mia anarchia. Lxi non è unx mix compagnx.
Io non vedo nell’unità del movimento un valore positivo in sé (anzi!) perchè riconosco che l’omologazione e/o uniformità sono dei meccanismi di coesione sociale fondati e generatori di privilegio, potere, autorità e delega.
Dico questo perché vedo l’omologazione come un “uniforme a”, cioè una tendenza all’essere conseguenti a un modello di riferimento. Il modello di riferimento non è però un modello che viene liberamente definito dalla somma dei desideri e tensioni degli individui componenti del gruppo, ma è, per la mia esperienza, il modello dominante accettato ed elevato a volto collettivo.
Laddove anche potesse esistere un’uniformità assolutamente orizzontale non la troverei comunque interessante, perché è nella differenza e dell’unicità che trovo fonte di ricchezza ed energia.
Organizzarsi secondo affinità, per me, non significa organizzarsi e sentirsi vicinx a chi si “definisce” come me, ma a chi, attraverso l’esperienza diretta, riconosco come affine.
Coloro che temono che le critiche interne indeboliscano il movimento danno più importanza alla forza dell’unità piuttosto che alla gioia e libertà del singolo, esattamente come la famiglia sacrifica la gioia, la libertà, l’autodeterminazione dex figlx per la propria coesione (o per il proprio onore).
Per me è tutto estremamente semplice: non tuttx vogliamo la stessa cosa.
E mi pare logico perciò, benché vomitevole, che chi è dispostx a sacrificare la felicità e la libertà del singolo per la grandezza dell’ideale collettivo, veda come attacchi che “minano l’unità del movimento” le critiche femministe sul privilegio.
E, conseguenti a questa visione, si adoperano per screditare, annullare, invisibilizzare queste dissidenze.
Lo ritengo logico sì, però non lo accetto. Così come ritengo logico che il capitale distrugga una foresta per del carbone o si allevino tacchini per essere trucidatx. Ma non lo accetto. E lo combatto.
Chi vede, di contro, nell’affermazione dell’unità del movimento un attacco alla propria identità/vita/critica/desiderio/sensibilità, è ovvio che reagisca.
Ecco che qui ritornano le categorie distinte e in lotta tra loro.
Lo scazzo sottintende per me una percentuale di incomprensione.
Per me non è vero che non ci si capisce su un tema e se si arrivasse a capirsi saremmo tuttx più felicx e forti nel raggiungimento di un luminoso fine comune; è più vero che non abbiamo lo stesso fine e perciò confliggiamo.
Non chiamiamoli scazzi, ma conflitti.

Un accenno al linguaggio a questo punto del testo su un termine utilizzato, laddove si scrive “basta isterismi a difesa della normalità e del quieto vivere”.
Anche se, come credo si sarà capito, sono d’accordo con l’appello, il termine isterismi, che richiama alla patologia dell’isteria è profondamente sessista: la parola deriva infatti dal greco hysterion ossia  malattia dell’utero, perciò quanto di più chiaramente misogino si possa immaginare.
Inoltre non vorrei avallare il concetto di “malattia mentale”, sul quale si fondano molte offese ed espressione mattofobiche del nostro vocabolario.

E qui concludo con l’ultima critica alla frase “Ogni contributo è utile in questo momento, su qualsiasi piano esso intervenga. Ma non dobbiamo dimenticare che tutti questi piani esistono insieme e che sono collegati, e che prima o poi bisognerà interessarcene o la questione ci investirà improvvisamente, magari con violenza”.
La questione ci ha già investito, da un pezzo!
L’impreparazione con la quale si stanno affrontando le dinamiche di oppressione di genere interna al movimento o agli spazi antiautoritari che attraversiamo, credo sia responsabilità di tuttx.
In generale tuttx noi che subordiniamo (o abbiamo subordinato per lungo tempo) il discorso di genere a tutte le altre lotte “più importanti”.
In generale tutti noi che non ammettiamo e non indaghiamo i nostri privilegi garantiti dal patriarcato.
Ed ecco il senso ultimo di questo scritto, dire chiaro e tondo che no, non stiamo tuttx dalla stessa parte: c’è chi, come coloro ax qualx il compagno che ha scritto il testo che ho sezionato dedica lo scritto, che si interrogano e agiscono e vogliono cambiare radicalmente se stessx e c’è chi non gliene frega proprio nulla (anche questa dicotomia è sommaria e grossolana, me ne rendo conto, ma è volutamente provocatoria).
Non mi sembra assurdo constatarlo. Benché mi avvilisca un pò, non distrugge (non più) nessuna aspettativa.
Il problema che il rifiuto da parte di queste persone di affrontare o addirittura di negare l’esistenza stessa di meccanismi di oppressione di genere, fa sì che chi non gode dei suoi stessi privilegi soffra e sia ostacolatx nella strada della liberazione.
Non sono scazzi, ma conflitti aperti.
Forse non ho mai scritto di getto così tante parole, di certo mai in questo modo. Mi auguro che la finalità dei miei discorsi sia chiara e che il compagno che ha scritto il testo apprezzi questo contributo: io ho apprezzato molto il suo.
Sarebbe ingiusto tra l’altro restituire un’idea di un testo molto lungo con quelle poche frasi taglia-e-cuci che ho riportato: ci sono tante parti del testo che ho condiviso e che mi ha fatto piacere leggere.
Come al solito ci si concentra sui punti di contrarietà, piuttosto che di affinità!
Spero di non aver trasmesso al compagno alcun senso di competizione, che, davvero, non sento mentre scrivo.
In generale sono contento di vedere che qualcosa, nelle nostre teste, dalle nostre lingue (parlo qui di compagni socializzati uomini) si sta muovendo.
Consapevole che sul piano della retorica potrà essere demolita ogni singola virgola di quanto ho scritto, spero che questo testo colpisca là dove desidero: nella pelle e nel cuore di chi si mette in discussione e contro il piedistallo di granito di chi dorme sempre tranquillo.